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Ermanno Lavorini: il rapimento e dell’omicidio di Viareggio
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Ermanno Lavorini, la storia del rapimento e dell’omicidio di Viareggio

un peluche di un orsacchiotto a terra

Il caso di Ermanno Lavorini, rapito a Viareggio il 31 gennaio 1969 e trovato morto dopo 37 giorni: la richiesta di riscatto, i depistaggi, la falsa pista sessuale e le condanne definitive.

Il rapimento e l’omicidio di Ermanno Lavorini segnarono profondamente la cronaca italiana del secondo dopoguerra. Il 31 gennaio 1969, il dodicenne uscì dalla propria casa di Viareggio e scomparve. Quella stessa sera, la famiglia ricevette una telefonata con una richiesta di riscatto da 15 milioni di lire.

La ricerca del bambino coinvolse investigatori, giornalisti e cittadini, mentre alla famiglia arrivavano segnalazioni, richieste di denaro e informazioni prive di riscontro. L’Italia seguì il caso per settimane, fino al 9 marzo 1969, quando il corpo di Ermanno venne trovato sepolto sotto la sabbia nella pineta di Marina di Vecchiano, in provincia di Pisa.

Gli accertamenti stabilirono che il bambino era morto già il giorno della scomparsa. Le telefonate e le indicazioni ricevute nelle settimane successive non erano quindi servite a mantenerlo in vita, ma avevano alimentato una falsa speranza e confuso le indagini.

Il caso attraversò accuse infondate, depistaggi e una violenta campagna mediatica contro l’ambiente omosessuale di Viareggio. Soltanto dopo anni e diversi gradi di giudizio, le responsabilità vennero attribuite a Marco Baldisseri, Rodolfo Della Latta e Pietro Vangioni, legati a un gruppo monarchico locale.

un peluche tenuto da una mano di bambina
un peluche – newsmondo.it

Ermanno Lavorini: la telefonata del riscatto e il corpo nascosto nella sabbia

Nel primo pomeriggio di quel venerdì, Ermanno uscì in sella alla sua bicicletta. Il mezzo venne ritrovato davanti al municipio, nei pressi di una sala giochi e del vecchio commissariato. Poco dopo arrivò la telefonata a casa Lavorini: a rispondere fu la sorella maggiore Marinella, che ascoltò la richiesta di denaro.

La famiglia possedeva un negozio di tessuti nel centro di Viareggio e si attivò immediatamente per raccogliere la somma. Non arrivarono però altre comunicazioni utili. Intorno alla scomparsa cominciarono a muoversi mitomani, falsi testimoni, sensitivi e persone interessate al denaro del riscatto.

Quando il corpo venne scoperto, Ermanno era ancora vestito. Era stato sepolto sotto uno strato di sabbia nella zona compresa tra Torre del Lago e Marina di Vecchiano. La ricostruzione giudiziaria stabilì che il bambino era stato picchiato e che la morte era sopraggiunta durante le fasi del sequestro e dell’occultamento.

Le prime indagini si concentrarono quasi esclusivamente sulla Pineta di Viareggio, frequentata durante il giorno da famiglie e ragazzi e, nelle ore notturne, teatro di incontri sessuali clandestini. Da quella realtà nacque la pista di un delitto maturato nell’ambiente omosessuale e della prostituzione maschile.

Giornali e settimanali trasformarono rapidamente quell’ipotesi in una certezza pubblica. Il caso venne raccontato attraverso presunti “mostri”, festini e reti di adescamento, nonostante mancassero elementi capaci di sostenere molte delle accuse diffuse.

Le false accuse, il suicidio di Meciani e le tre condanne

La pista della pineta portò all’arresto di Adolfo Meciani, commerciante e gestore di uno stabilimento balneare. Ad accusarlo furono alcuni giovani coinvolti nelle indagini, tra i quali Marco Baldisseri. Meciani venne indicato pubblicamente come il responsabile del delitto e subì una violenta campagna mediatica, oltre a tentativi di aggressione da parte della folla.

Le accuse contro di lui erano false. Mentre si trovava detenuto nel carcere di Pisa, il 24 maggio 1969, Meciani si tolse la vita impiccandosi con un lenzuolo. Non venne mai riconosciuto responsabile della morte di Ermanno. Suo figlio Alessandro lo ha ricordato come un’altra vittima della vicenda, travolta da un’accusa infondata e dalla pubblica esposizione della sua vita privata.

Le indagini si spostarono successivamente su Marco Baldisseri, Rodolfo Della Latta e Pietro Vangioni, legati al Fronte Monarchico Giovanile di Viareggio. Le loro dichiarazioni cambiarono più volte: si accusarono reciprocamente, coinvolsero persone estranee e fornirono differenti ricostruzioni della morte del bambino.

Il processo di primo grado iniziò nel 1975. Baldisseri fu condannato a 19 anni, Della Latta a 15 anni e quattro mesi, mentre Vangioni venne assolto per insufficienza di prove. I successivi gradi di giudizio modificarono pene e ricostruzione del movente.

La sentenza divenuta definitiva nel 1977 condannò Baldisseri a 8 anni e 6 mesi, Della Latta a 11 anni e 10 mesi e Vangioni a 9 anni. La giustizia qualificò il fatto come sequestro a scopo di estorsione e omicidio preterintenzionale, collegando il rapimento a un progetto destinato a finanziare l’attività del gruppo politico.

Secondo la verità processuale, Ermanno venne sequestrato per ottenere denaro, colpito durante l’azione e poi sepolto quando non era ancora morto. Restarono però irrisolti alcuni punti: l’identità dell’adulto che avrebbe effettuato la telefonata, l’eventuale presenza di altre persone e il motivo delle protezioni e dei depistaggi che segnarono l’inchiesta.

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ultimo aggiornamento: 14 Luglio 2026 17:58

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